AUDIO
Cos’è:
Domandarsi il senso della vita è esperienza che appartiene a tutti;1 è pensiero specifico dell’essere umano, salvo prova contraria.2 Credenti e no, capiamo emozioni belle come “E quindi uscimmo a riveder le stelle”3 o pensieri tragici come “E’ funesto a chi nasce il dì natale.”4,5
Ecco, la domanda su cui si esercitano un biblista ed un filosofo è sul senso della vita umana in quanto provata dal male. E ‘Male’ è il titolo del libretto che raccoglie i loro contributi al tema.
I due autori non sono in relazione diretta, non si parlano entro un unico scritto, ma in due brevi saggi, prolusioni, argomentati da ognuno secondo i propri attrezzi del mestiere.
Qui ricapitoliamo la riflessione del biblista Mazzinghi, in un successivo post diremo dell’altro contributo. In entrambi i casi ci mettiamo in una posizione per così dire terza: ignoranti di teologia e di filosofia, procediamo per confronti.
Mazzinghi, biblista, enumera storicamente le otto risposte date alla domanda “…come è possibile che le divinità, un Dio buono, permettano la sofferenza, il dolore, la morte?”6
Risposte che valgono anche per due conseguenti domande:
1. perchè Dio permette che soffra chi è innocente e buono al di là di ogni dubbio, i bambini;
2. perchè Dio permette che il cattivo, l’aguzzino torturatore, l’essere malvagio, non patisca alcunché, cresca in salute, ricco, supponente, indenne da ogni dolore?
La domanda la pone Giobbe, il credente perseverante.7 Il senza colpa, l’innocente che vede svanite le proprie ricchezze, morire i sette figli, la moglie ridicolizzarlo. Solo, ammalato, atrocemente sofferente, incolpevole, lo chiede a Dio.
Cosa funziona e cosa no
Storicamente e prima del libro di Giobbe, le risposte date sono state cinque: prima, se soffri è con la tua preghiera che Dio ‘interverrà per salvarti e fare giustizia’; seconda, ‘Gli déi [sono] i veri responsabili … del male’; terza, ‘…non esiste alcuna vera giustizia… l’unica soluzione possibile [al male] è il suicidio’; quarta, ‘…di fronte alla prospettiva del male … vale la pena di godersi la vita…’; quinta, ‘… una scelta vale l’altra e il male colpisce … senza una logica’8
Dice il biblista che gli interlocutori di Giobbe danno risposte che richiamano la prima risposta, e -francamente- non si vede come potrebbe essere altrimenti se la scelta è con le restanti: déi falsi e malvagi, incitamento al suicidio, al godimento senza ragione, alla arbitrarietà del male.
Dicono i convenuti al dolore di Giobbe: la preghiera è mezzo di salvezza per chi ha peccato. In altri termini, accusano il povero sofferente. Dicono: ‘… [poichè] il malvagio è sempre punito da Dio, [ne consegue che] la causa … è il peccato dell’essere umano…’: la pena presuppone una colpa’;9 è una idea di dolore come retribuzione alla colpa di aver peccato. Dunque se Giobbe soffre è perchè ha peccato, altra spiegazione non v’è. Certezza della pena, diremmo con linguaggio moderno: se pecchi avrai sofferenza. il peccato è presupposto dalla presenza della pena, non importa che tu sappia di aver peccato.
Osserva conseguentemente Mazzinghi, in questa prospettiva la risposta implica la fede come un salvacondotto, essa assolverebbe cioè ‘…alla funzione di polizza di assicurazione contro le disgrazie…’10 nulla di più alto.
la seconda risposta data dagli amici di Giobbe, la sesta in ordine storico, argomenta invece spostando la attenzione sul senso del male, della sofferenza. Soffrire ha senso, ‘…Dio libera il povero mediante l’afflizione.’11 Il fine del male patito è pedagogico, è una sofferenza minore di quella che ci attenderebbe se non ricevessimo un altolà, funge da avviso del pericolo che corriamo. Dunque la sofferenza è un campanello di allarme, avviso di soglia di non ritorno.
La settima e l’ottava risposta annullano le precedenti e concludono il dubbio.
La settima risposta la dà Dio (leggi, l’autore del libro di Giobbe) in quanto si rivela a Giobbe12, ‘Dio … cura la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli che a noi paiono inutili o persino dannosi’13. La pretesa umana di porsi al centro della natura è arbitraria. È Una risposta straordinaria: uno tra molti è l’uomo, e nemmeno primo tra i molti, se non proprio tra uguali. Al pari di uno struzzo, di un pesce, [di un virus?], l’essere umano non ha particolare preminenza. Non c’è n’è motivo, semplicemente.
poi, ottava conseguente risposta, dice il biblista, ‘Dio mette in luce come la pretesa umana di giudicare secondoi propri criteri non regge’14
Quindi Dio non è giudicabile da un punto di vista umano, ma semmai da chi abbia un punto di vista universale e a-temporale. Ipotesi fuori discussione, Dio è unico.15
In ogni caso, un punto di vista a cui l’uomo non può accedere per i propri evidenti limiti intrinseci: non ha occhi per comprendere la complessità del creato, non vive una vita eterna, soprattutto non dispone di alcuna potenza generatrice né regolatrice.16
Come conciliare Dio onnipotente con il male se non congetturando che Dio rinuncia alla propria onnipotenza. Si auto sospende, per dir così, per permettere all’uomo di scegliere in libertà.17
“propongo quindi l’idea di un Dio che per un’epoca determinata — l’epoca del processo cosmico — ha abdicato ad ogni potere di intervento nel corso fisico del mondo… Concedendo all’uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza”18
Marchionni, S., (a cura di), Mazzinghi, L., Di Maio A., (2025) Male. con “Introduzione” di Piccolo, G.. EDB, Bologna. cod. ISBN 9788810981535, pagine 138. €13,00
Note:
- Mancuso, Vito. (25-04-2026) “Se l’invenzione di Dio è un enigma da risolvere”. C’è chi ha scoperto la fede e chi invece no. Per alcuni è un’esperienza, per altri fantasia. Ma tutti possiamo essere consapevoli di trovarci di fronte a un enigma da risolvere”. La Stampa. https://www.lastampa.it/cultura/2026/04/25/news/mancuso_dio_religione_mistero_dante_kant-15598014/?ref=LSHA-P2-S2-T1
↩︎ - In questo post le note hanno particolare importanza
↩︎ - Dante, A., Inferno XXXIV, 139
↩︎ - Leopardi, G., XXIII – CANTO NOTTURNO
DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA. E’ così bella che la riproduco integralmente:
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.
[fonte: giocomoleopardi.it ](download 15.02.26)
↩︎ - “Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita. E cominciò a parlare così: «Perisca il giorno che io nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!” Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Dio dall’alto, né splenda su di esso la luce!” Giobbe 3:1-4
↩︎ - Piccolo, G. (2025), “Introduzione” in Marchionni, S., (a cura di), Mazzinghi, L., Di Maio A., (2025). Male. con “Introduzione” di Piccolo, G. EDB, Bologna. p.7
↩︎ - ll Libro di Giobbe è uno dei testi.biblici più interessanti, dall’interpretazione più ‘tormentata’, così Card. Ravasi, G., in https://youtu.be/hgZwHu8Sb3g?si=s3AbserafXDQMR5S. (download 16.02.26)
↩︎ - Mazzinghi, L. (2025), “Il libro di Giobbe e il problema del male”, in Marchionni, S., (a cura di), Mazzinghi, L., Di Maio A., (2025). Male., op. cit., p. 27-28
↩︎ - ivi p. 29 ↩︎
- ivi, p. 32 ↩︎
- ivi. p33
↩︎ - ivi p. 43
↩︎ - ivi, p. 44
↩︎ - ivi p. 46, corsivo ns.
↩︎ - Jonas, H. (2004). Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica. Trad. di Maurizio Vento. Il Melangolo. Genova. p. 18
↩︎ - Jung, C. G., (1992). Risposta a Giobbe, Bollati Boringhieri, Torino. p.59. introduce una prospettiva nuova e -a me pare- un quesito circa la necessità di pensare Dio “Dall’Apocalisse in poi sappiamo nuovamente che Dio non deve venire soltanto amato ma anche temuto. Egli ci riempie di bene ma anche di male, altrimenti non ci sarebbe bisogno di temerlo, e siccome vuole divenire uomo, la soluzione della Sua antinomia deve aver luogo nell’uomo. Ciò significa per l’uomo una nuova responsabilità. Egli non può ora addurre più la scusa della sua esiguità e nullità, poiché il Dio oscuro gli ha messo in mano la bomba atomica e l’arma chimica e gli ha concesso così il potere di vuotare le coppe apocalittiche della collera sugli altri esseri umani. Dato che, per così dire, gli è stata conferita una potenza quasi divina, egli non può più rimanere cieco e incosciente. Egli dev’essere a conoscenza della natura di Dio e di quanto avviene nella metafisica, per comprendere sé stesso e, attraverso ciò, giungere a Dio.” sulla scelta del verbo ‘giungere’ sarebbe interessante vedere il testo in lingua originale. In ogni caso suggestiva è la ipotesi sostitutiva. Per dire, una riflessione laica sulla emancipazione umana attraverso un riflettere sulla propria -dell’essere umano- potenza distruttiva e regolatrice. Se si preferisce, ci riporta alla questione del Dio unico (almeno temporaneamente, finché emancipazione porti l’uomo ad un livello etico adeguato alle proprie responsabilità generali. Si potrebbe dire: un percorso inverso, uguale e contrario alla volontà divina di farsi uomo: una volontà umana di farsi in un Dio buono), del Dio cioè di Jonas di cui alla nota 14 precedente
↩︎ - sul punto, a conferma, mi pare, Vattimo, Gianni. (2012), Della realtà: fini della filosofia. Milano: Garzanti. p. 194 punto 4) in part. : ” 3) Nella prospettiva dell’essere come dono o evento il male non c’è. Ma con questo il discorso non si chiude, anzi comincia appena. Come ci spieghiamo l’innegabile esperienza del male? L’ingiustizia sociale, gli stermini di massa, la nostra stessa consapevolezza individuale di essere in qualche senso «colpevoli»; (o, secondo una pagina emblematica del Vangelo, il problema del cieco nato? Giovanni 9, 1-41).
4) Per la (mia-nostra) filosofia, oggi – dunque non secondo una dottrina che si pretenda definitiva e metafisicamente necessaria – il male è proprio principalmente la metafisica stessa, l’identificazione dell’essere con il darsi come oggetto stabile. La confusione del Dio di Gesù con il Dio dei filosofi. È male il dominio scatenato della oggettività misurabile, l’ansia di non perdere questo dominio, in tutti i molteplici sensi in cui ne facciamo esperienza, dalla pretesa di non perdere
la prestanza fisica che ci consente di sedurre, godere, prevalere sugli altri, alla volontà di potenza dei grandi
soggetti storici, alle molteplici forme in cui si dispiega il principio di prestazione a tutti i livelli della nostra esistenza”.
V. anche il mio post “Sotto la guerra 06 Deumanizzare” nota 10 in particolare
↩︎ - Jonas, H. (2004). Il concetto di Dio dopo Auschwitz. op. cit. , p. 17. In un senso affine, e con linguaggio divertito, anche Murgia, M., (2026), Lezioni sull’odio, Einaudi, Trino p. 31 ↩︎
– Last Updated on 25.04.26 by wv
Views: 13

La recensione è quantomai interessante riguarda solo la prima parte del libro dialogo fra un filosofo e un biblista su un tema universale :di chi è la colpa del male ? Di Dio o degli umani? E perché? Aspetto la recensione della seconda parte del libro ma intanto lo compero subito perché queste domande sono troppo intriganti e chissà che non riusciremo a capire meglio il perché del male che ci circonda. Grazie Walteisabella Colonnello