Sotto la guerra. 00 Introduzione

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Un conto i fatti, un altro le parole

Quando il 7 ottobre 2023 esponenti del ‘governo’ di Hamas torturano e uccidono, lo scopo è liberare la loro terra? Quando il governo di Israele uccide per fame e malattie i palestinesi, ruba le loro terre, lo scopo è rendere sicuro il futuro dello Stato di Israele?

Quando governi a noi simili bombardano pediatrie, risorse per scaldarsi, assassinano dissidenti e oppositori, creano milizie paramilitari, imbrogliano alle elezioni, incarcerano poeti, accecano donne, invadono Stati terzi, lo scopo è la pace per i propri cittadini?

I programmi politici delle formazioni di estrema destra in Europa hanno come scopo la costruzione di Stati plurali, autonomi, cooperanti, rispettosi dell’individuo, della parità di chances, della libertà individuale di scegliersi la vita da vivere, della pace tra i popoli?

Quando governi di società benestanti lasciano morire per annegamento bambini se stranieri, creano campi di concentramento per migranti e li abbandonano al nostro destino nelle nostre strade, questi governi hanno come scopo la nostra sicurezza?

Cosa hanno in comune questi fatti? Hanno in comune che la loro evidenza si oppone allo scopo dichiarato. Alle parole usate.

Cibo, cura, ambiente, affettività, sicurezza, giustizia fiscale, sono diritti che sentiamo giusti, naturali. Diritti non negoziabili. Diritti per cui ci sentiamo parte di questo o quel paese.

In società affluenti, negare il reddito minimo o il necessario per il cibo non è questione di sostenibilità economica, ma di scelta politica. Allo stesso modo, è decisione di governo ridurre l’accesso pubblico alle cure, far pagare ad alcuni e nulla ad altri, indicare chi si oppone come immeritevole di ascolto, usare la legge come mezzo di consenso o propaganda politica.
Nella storia, come nel presente, chi detiene il potere usa questi luoghi, questi ‘asset’, come strumenti di governo. Tecniche per orientare persone e gruppi, mitigare conflitti morali, orientare valori, sostenere quale interpretazione dare agli eventi, alle scelte compiute. Si potrebbe dire, riscrivere la storia degli eventi.

In Europa ricrescono i nazionalismi più pericolosi. Si diffonde lo slogan: ‘prima il mio Stato’. Ed è un paradosso.
Mentre si eclissa lo Stato come entità politica, perdita di peso della Costituzione, contemporaneamente cresce l’importanza dell’esecutivo, il governo: struttura burocratica pragmatica, tutela di interessi particolari e pratica di parole a soverchiare i fatti; sistema sociale reso polarizzato dal binomio amico/nemico; procedure di accentramento delle decisioni in danno dei luoghi pubblici di conoscenza; riconoscimento della importanza degli oligopoli privati e transnazionali.

Lo spazio sociale viene amministrato selezionando gruppi di interesse, non come generalità.

La legittimazione delle alleanze al potere non passa per una gestione equa della società o applicazione di un qualche principio generale e astratto di giustizia, ma attraverso la ricerca di alleanze con alcuni ed emarginazione per altri.
In questo spazio, per sé mutevole, l’offerta di governo è semplificata: o cooptazione del consenso, o non riconoscimento, o repressione.
E’ un’amministrazione corporativa, aggiornata alle tecniche di produzione del consenso in condizioni di iniquità re-distributiva delle risorse.

Violenza, tecniche di governo

Queste tecniche di governo non sono neutre rispetto al campo degli interessi. Non possono esserlo. Privilegiano alcuni gruppi, svantaggiano altri.
E poiché una delle loro utilità tecniche si risolve nell’amministrare secondo l’assopimento ricavato, la astensione dal dissenso, escludono gli interessi valutati come “minori”, i gruppi già marginalizzati da altre precedenti tecniche di governo, i più utili da indicare come causa di tutti i mali. In sintesi: i meno capaci di attivare crisi di consenso generalizzato, mobilitazione, se trascurati o perseguitati; i più idonei ad essere stigmatizzati.
Tecniche rese vantaggiose dai cambiamenti del partito di massa e delle organizzazioni sindacali; dalla promozione del punto di vista individuale per i più e di corpo per le parti sociali tutelate; dal diffuso disinteresse, quando non disprezzo, per l’istruzione, il lavoro intellettuale, la competenza.

Le parole apprese con cui nominiamo le cose che ci capita di vivere, con cui le valutiamo nella nostra personale o sociale gerarchia morale, non sono parole neutre, sono orientate a valori, dunque dotate di senso. Sensate in relazione a interessi differenti.
Il fatto che alcuni slogan che semplificano drasticamente la realtà abbiano successo, diventino senso comune, è misura del successo e della importanza assunta da queste tecniche di governo, capacità di costruire visioni opportunistiche del mondo.
È un prevalere della semplificazione attraverso la assertività delle parole sulla dialettica fatti. Disgiunzione tra significato e contesto.

Ne sono un esempio l’amministrazione della giustizia, cioè la questione della coabitazione, come veniamo trattati, quali diritti abbiamo riconosciuti e chi e quanto abbia il dovere di tutelarli ovvero di centellinarli o negarli.
Specchio dei tempi, la giustizia è discussa e delegittimata come potere autonomo, informato da principi generali ed astratti, specie in tema di giudizio sulla liceità degli atti del governo.
Diviene luogo di critica politica per ridurla a componente degli attrezzi esecutivi di tutela dei corpi sociali di riferimento, di disattenzione o sanzione per gli altri.
Ne sono esempio la gestione della cronaca nera, distanza tra risorse date e investimento mediatico, sovra-esposizione dell’individuo, riduzione della complessità sociale e storica. Cioè occasione di parole, propaganda di base a costi irrisori. In cui -per esempio- non rientrano mai i morti sul lavoro, il danno ambientale, le cause di genere, la centralità della vittima e non dell’aggressore, …
Come è noto, quando un governo usa gli spazi di libertà o il corpo delle persone come campo di battaglia, la questione di una giustizia terza si fa urgente, concreta.

A rendere evidente una delle conseguenze di questi cambiamenti sociali, oggi la guerra è possibile. Il mainstream che attraversa il pianeta non mi piace. Non solo in Europa i nazionalismi affermano ipotesi rozze di vita con gli altri. Ammesso abbia ancora un senso, chi si alza in piedi al suono degli inni nazionali dovrebbe distinguere l’orgoglio di appartenenza, il patriottismo, dal nazionalismo.
I nazionalismi non sono conservazione dei valori identitari, sono guerre a venire e distruzione di identità. I vertici economici e politici a molti paiono inadeguati, ora imbarazzanti ora pericolosi per i nostri collettivi interessi e diritti acquisiti, per la pace.

I post che seguono, dal titolo ‘Sotto la Guerra’, sono una riflessione per spiegare perchè condivido queste molte preoccupazioni, e dare il mio contributo. Sono il mio bisogno urgente di agire politico. Sono anche un modo, è la mia utilità, per dare una qualche sistemazione a letture ed esperienze fatte, complete, incomplete, eterogenee. Ricordare suggestioni e confronti avuti: persone per me belle che ho conosciuto. Memoria insomma.

Sotto la guerra

Tutti i post su questi temi vengono pubblicati con il titolo ‘Sotto la guerra’, specificando poi di volta in volta l’argomento. Dire sotto la guerra significa alludere a più cose contestuali:

– intanto a radici, a meccanismi, alle condizioni di possibilità della guerra o di un conflitto sociale alto. Dunque a tutto ciò che precede o che appare inevitabile se lasciato operare.
– Poi allude al punto di vista di chi non decide, ma subisce. I soggetti schiacciati sono incolpevoli, stanno sotto e sono la maggioranza. Si chiamano vittime.
– Ancora, ‘Sotto la guerra’ allude a quel che non si vede, a ciò che resta opaco a chi non abbia i mezzi. Dunque a cosa si può fare concretamente prima, durante e dopo per ridurre il danno.
– Non ultimo, il titolo ‘Sotto la guerra’ allude alla critica come atto essenziale della vita pubblica e no. Critica come atto politico di chi non condivide, non approva, subisce, disvela, o almeno ci prova, con quel che ha e sa. In sintesi, al motivo per cui il conflitto sociale è sempre un bene, ma la guerra contro altri o contro il nemico interno dei decisori in carica, no. La guerra è un’altra cosa.

Ho avuto la fortuna di poter crescere nella pace e di potermi curare, bere acqua pulita e cibo adeguato, di studiare e leggere ciò che mi piace. Ho un debito sociale in questo. Per quel che vale, restituisco.


Il metodo: i singoli post hanno tre possibili letture. Tre livelli.

Un post per studenti

  • – Il primo è il testo del post. La scrittura è sintetica, affine ad una scheda, con un linguaggio comune, anche a costo di qualche generalizzazione o sintesi eccessiva. Lo scopo è mostrare a cosa far caso per comprendere gli eventi che accadono, secondo la mia opinione, ovvio, e da una prospettiva criminologica in senso generale. Le parole in corsivo sono parole o idee chiave del discorso.

Un post per approfondire

  • – Il secondo livello sono le note. Oltre a servire da sostegno o giustificazione a quanto scritto nel testo, hanno contenuto più tecnico, forma più discorsiva e con maggior attenzione linguistica. Lette insieme al testo trasformano il post in un piccolo saggio, un long read. Nelle note, nomi propri, luoghi, leggi e norme sono enfatizzate per costruire una mappa visiva dei rimandi e dei luoghi del discorso. Essendo affermazioni meglio circostanziate offrono motivo di critica con miglior agio.

Un post per connettere aspetti distanti della vita quotidiana

  • – La terza è la connessione con saperi che escono dallo stretto ambito criminologico o sociologico, i soli campi su cui ho dalla mia alcune letture sistematiche. Il tentativo è indagare come un fatto importante della vita associata abbia punti di contatto tra saperi solo apparentemente distanti l’uno dall’altro: moda, musica, arte. Ogni post ha richiami a questi saperi. Gli uni compendiano gli altri, per dir così. Quest’ultima è la parte più sperimentale e tale deve essere considerata.

Per persone con difficoltà di lettura,

  • I post hanno un elevato contrasto tra font e sfondo. Può essere che, ad altri, un tale contrasto dia un leggero fastidio, in questo caso diminuire la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere.
  • È sempre presente la lettura del testo, un file audio in inizio di post. Purtroppo il file audio non contempla la lettura delle note, è una parte mancante importante.

P.S.

  • Ognuno di questi post costa ore e lavoro, il che non significa che vi siano contenuti di valore, ovviamente. Chi vuole può farne l’uso che crede, unico vincolo i termini d’uso delle Creative Commons come specificati a piè pagina del blog
  • Per questi motivi i post, come questo blog, sono aperti al contributo di chi ne abbia voglia, mi piacerebbe
  • Tutti i post vengono aggiornati secondo occasione, le note in particolare, anche molto tempo dopo la pubblicazione originale. Sono lavoro sempre in evoluzione.
  • Per ragioni tecniche il post è meglio leggibile sui desktop.
    Cellulari, Tablet e portatili sacrificano alcuni aspetti grafici che sono stati studiati per meglio fruire del testo.

I post della serie ‘Sotto la Guerra’ sono dedicati alla memoria di:

Federico Cantaluppi. 1924, Como. Anarchico, ucciso in strada dai fascisti a furia di botte. Non si è mai tenuto il processo contro gli assassini. Similmente al caso Regeni, le autorità dissero che causa della morte fosse stata la caduta, ubriaco, dalla bicicletta. Per timore di ulteriori violenze fasciste i famigliari distrussero tutti i documenti e le fotografie che lo riguardavano.

Primo Levi. 1987, Torino. Testimone dell’abominio del nazismo e della persecuzione ebraica. Suicida

Giulio Regeni. 2016, Il Cairo. Dottorando, ucciso con torture atroci. Il processo agli imputati, alti ufficiali del governo al-Sisi attualmente in carica, è in corso (marzo 2026)


– Last Updated on 19.10.26 by wv

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