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Cos’è:
2012, Michela Murgia viene invitata a tenere un corso, tre lezioni sull’odio.1 Il luogo è l’Università di Aristan, in Sardegna, casa per lei, presso la “Facoltà di Scienze della Felicità”, il cui manifesto è un invito allo sguardo divergente e ad un vivere partecipe.
Raccolte ora in un volume postumo, le lezioni si prestano a letture su più piani: stravaganti, serie, provocatorie, ironiche, accudenti. Sicuramente sono un grazie antropologico alla Sardegna e un invito a costruire identità consapevoli.
Cosa funziona e cosa no
Murgia avvia la riflessione con un assunto: siamo abituati a censurarci pur di non ammettere l’odio2. Lo consideriamo disumano,3 così altro da noi come potrebbe esserlo un virus.4
A questo assunto, “Tabù” psicolanalitico e religioso,5 Murgia contrappone la sua contro-tesi: l’odio non è affatto disumano. Anzi, è umanissimo e liberatorio. Accettare come naturale la propria capacità di odiare è un atteggiamento maturo.6
La repressione dell’odio (l’auto-censura) è ciò che invece porta alla violenza fisica e distruttiva. Il meccanismo è in sé banale: una volta che la diga della censura cede, la violenza non elaborata esplode in forme grezze..7
Invece, come per ogni liberazione, riconosciuta la nostra similitudine con gli altri, la comune umanità dei sentimenti, liberati da censure ed inibizioni, non potremmo mai agire umane violenze, umane azioni distruttive.
Come esempio di tale opera di riconoscimento, Murgia ricorda l’arte del metalinguaggio sardo, l’arte de “su frastimu“, della maledizione, tecnica di ammissione e depotenziamento dell’odio.
Dire la maledizione funziona da verbalizzazione dell’odio e, in quanto sentimento esposto grazie al linguaggio, ammette il rapporto empatico, il riconoscimento dell’altro.
Al bambino che grida si dice: ‘che tu possa subire un trauma pari a quello che si verifica nell’animo dinnanzi alla più spaventosa delle catastrofi’ che -metalinguisticamente- significa ‘Il tuo grido mi ha allarmato, ho temuto ti fosse accaduto qualcosa di tragico …’8 intanto dichiaro apertamente il mio odio per quel che fai, dici, eccetera, intanto dichiaro la sofferenza, preoccupazione, eccetera, che provo, a causa tua o per te, e quindi ti riconosco come interlocutore, mio pari in diritti.9
l’insieme di tecniche verbali aggressive esemplificate nel corso delle lezione, ricordano le tecniche di ritualizzazione del conflitto, l’Haka, i rituali nello sport e non solo…
il punto di vista antropologico-culturale di Murgia affascina. Murgia è sempre interessante. E’ altresì convincente nel disvelare i meccanismi della disumanizzazione attraverso la negazione del nome: negare il nome significa negare il diritto di esistere entro il proprio orizzonte. “Secondo una cultura a cui anche noi siamo affiliati, se a una cosa tu neghi il nome, quella cosa perde il diritto di esistere. Non smette di esistere in sé, però per te ne perde il diritto”10
In fondo Murgia congettura una teoria criminologica monocausale della violenza e la correlativa tecnica di ricomposizione sociale, di mediazione11
Tuttavia – a me pare – se si adotta una prospettiva storica o di sociologia delle comunità, dei gruppi, le cose si fanno più articolate. Se si passa all’odio come esito di un processo in essere e non dimostrazione di meccanismi pre-esistenti; se si considera l’odio un processo socialmente desiderabile, storicamente sensato, strumentale ad un fine contingente, materiale; allora La congettura “monocausale” di Murgia manca un poco la presa. Intanto perchè (appunto) riduzionista e poi perchè non spiega ad es. Browning: “uomini comuni” che sterminano (letteralmente) altri uomini comuni, a loro estranei, per aspettative di benessere materiale e crescita di status.12 Non spiega l’esperimento drammatico di Stanford: bastano determinati contesti strutturali per trasformare ottimi studenti di prestigiose università in aguzzini, privi di empatia e mossi da un disciplinamento cieco.13 I ricordi di Morín: i processi storici di conduzione “dell’isteria”, dell’odio di massa.14 La necessità di politicizzare la religione.15 I meccanismi di deumanizzazione, non tanto come retorica individuale tesa alla negazione dell’altro come indegno, scarto, animale o oggetto,16 quanto come esito di retoriche prebelliche e belliche: e qui gli esempi sono di sempre… e dell’oggi.
Un odio motivato da interessi materiali è presumibilmente l’energia psichica e sociale necessaria, utile, salvo anafettività patologica del singolo, per compiere delitti, esito di tecniche di disciplinamento17. Procedura grazie alla quale volutamente, non meccanicisticamente, non inconsapevolmente, espellere la vittima dal proprio sguardo.18 Come appunto mi pare accada sovente nei crimini: dalle stragi ideologicamente motivate, allo stupro, alla negazione delle cure, alla fame, tutti strumenti ordinari di guerra.19 Ovvero a quel che abitualmente ci dicono le vittime20,
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Murgia, Michela. (2026), Lezioni sull’odio, Einaudi, Torino. ISBN 9788858450468. €14,00 p. 66
Note:
- Come ricorda Giammei, A.., ‘Nota’, in Murgia, M. (2026), Lezioni sull’odio, Einaudi, Torino. le lezioni hanno titolo ‘; ‘corso di odio’; … fino a ‘corredino per carogne’
↩︎ - Dice la Treccani:” òdio Sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui; più genericamente, sentimento di profonda ostilità e antipatia. Nella teologia cattolica, l’o. è l’atto per cui si avversa alcunché e si può distinguere in odium abominationis (lecito in sé, purché non si ecceda nel modo), quando si avversa qualcosa come proprio male; odium inimicitiae, quando si desidera il male altrui; odium Dei, in quanto si vuole ciò che è proibito da Dio, o si avversa la sua stessa natura, ed è il più grave dei peccati.”
↩︎ - Murgia, M., (2026), Lezioni… op.cit.,p. 11
↩︎ - ivi. p.15. Oppure, seconda congettura di Murgia, non avendo imparato a gestirlo, ne siamo vittime per il nostro ‘deficit organizzativo’ di gestione dei sentimenti (ivi p. 17)
↩︎ - ivi., p.11
↩︎ - ivi, p. 18
↩︎ - Ivi. p. 19 vs p 27
↩︎ - ivi. p. 41.
↩︎ - ivi p. 25
↩︎ - Ivi p. 32. Non per nulla secondo Costituzione il nome è diritto inalienabile (art. 22)
↩︎ - Nel senso delle teoriche sulla mediazione come metodologia alternativa alla punizione fondate sulla esclusione repressiva
↩︎ - Brown, C. R., (2022 IIed.), Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia. Einaudi, Torino.
↩︎ - Zimbardo, P., (2020), L’effetto Lucifero. Cattivi di diventa? Trad. M. Botto. R. Cortina, Milano
↩︎ - Morin, E., (2024), Di guerra in guerra, vedi qui
↩︎ - Schmitt, C., (2014). Le categorie del «politico». Saggi di teoria politica . Trad. G. Miglio. Il mulino, Bologna.
↩︎ - Haslam, N. (2006) “Dehumanization: An Integrative Review”. Personality and Social Psychology Review, Vol. 10, No. 3, 252–264; v. anche Volpato, C., “Deumanizzazione
Come si legittima la violenza” Laterza, Bari. sulla differenza tra disumanizzazione e deumanizzazione, di fatto sinonimi nella narrativa corrente, ho opinioni diverse. vedi il post Sotto la guerra 06 deumanizzare
↩︎ - Foucault, M. (1975), Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Einaudi, Torino. cfr Il capitolo sul portamento militare dell’arma.
Sul punto anche la prima parte di “Full metal jacket“
↩︎ - Sul punto vedi anche nota 21 di ‘Sotto la guerra, 06 Deumanizzazione’
↩︎ - su questi punti vedi la recensione a Mazzinghi in Marchionni, S., (a cura di), Mazzinghi, L., Di Maio A., (2025) Male. con “Introduzione” di Piccolo, G.. EDB, Bologna qui, il post “Sotto la guerra 06 Deumanizzare” e i futuri post in uscita categoria ‘Guerra’
↩︎ - Cfr. Lo strappo. Quattro chiacchiere sul crimine. ↩︎
NB, sia detto di passaggio, perché non è un argomento del libro, ma solo una divagazione, ho il sospetto che, contrariamente a quanto crede Murgia (pag. 40), chi bestemmia sia per lo più un credente e senza il contrario. Difficile bestemmiare una divinità che non si riconosce. Nessuno, credente e no, bestemmia le divinità di altre latitudini o epoche. Imprecare Artemide non viene neppure in mente. E, In definitiva, nessuno si senta offeso, non ha senso la bestemmia per un non credente, se non come intercalare convenzionale, senza particolare componente di odio verso alcuna divinità perché dal senso del tutto differente da quella uguale detta da un credente, indipendentemente dalla uguale sgradevolezza che suscita.
– Last Updated on 19.04.26 by wv
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