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– Last Updated on 26-06-05 by wv
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Nei notiziari sono frequenti i racconti di individui o gruppi spogliati dei loro caratteri e riconoscimento.1 Gli esempi non mancano, nella cronaca più recente come nella cultura popolare più datata. Sono discorsi, accuse ripetute, alla cui conclusione gli additati diventano oggetti legittimi di abuso, esclusione o annientamento.
Sono processi di deumanizzazione.2
Studenti disprezzano la compagna fino al malessere estremo;3 un deputato sminuisce un elettore che lo contesta dileggiandolo per la sua bruttezza;4 un libro sui migranti titola: ‘Non persone’;5 un’autorità pubblica addita concittadini come traditori dell’interesse comune, nemici interni;6 un detto popolare recita: ‘le donne non sono persone’7
Deumanizzare, tendere una trappola
È così, la trappola della deumanizzazione funziona per i singoli come per intere comunità o categorie: il coniuge, il collega, i migranti, le donne, i malati di aids, i nemici, gli italiani, i giudici, …
Nella contabilità della storia, la negazione dell’umanità dell’altro avviene normalmente o con l’associazione ad animali o a macchine.8
Nel suo svolgersi, il dispositivo che deumanizza non impedisce la consapevolezza dell’altro come persona fisica.9 Egli è lì, nella sua evidenza umana: due gambe, due braccia, un naso… Ma il discorso ne sospende il valore morale.10 Non è che si voglia convincere che l’altro è davvero un ratto, una zecca, un gelido robot. Si vuole convincere a trattarlo11 come tale, e senza percepirsi colpevoli per questo.12
Appare nell’uso sistematico di etichette deumanizzanti nel linguaggio pubblico: negli studi televisivi, nei titoli dei giornali, nei post. Nel trattamento dell’altro come pericolo assoluto, irredimibile, che non può cambiare, con cui ogni trattativa è vana.13 La tolleranza verso violenze simboliche, eclatanti insulti, sovreccitazione, grida contro, acchiappano audience. Esclusioni ed umiliazioni in pubblico non sono sentite come sgradevoli14.
L’altro come bestia
Nella raffigurazione animale l’altro è bestiale, selvaggio, primitivo, governato dagli istinti. È nell’uso di categorie spicce come ‘il branco’, i Maranza. È la scimmia Obama.15
I discorsi mettono in dubbio la presenza di qualità specificamente umana: razionalità, autocontrollo o civiltà. Il risultato può essere feroce: la deumanizzazione animale è la forma più comune che precede i genocidi16: ebrei come ratti (propaganda nazista), Tutsi come scarafaggi (Rwanda).17 Palestinesi bestie18.
È un processo, non funziona se è un episodio o alcuni episodi. Richiede costanza. Permane nel tempo, pervade i discorsi, nutre pregiudizi, reitera etichette, veste i corpi.19 sollecita reazioni di disgusto e paura verso l’etichettato e quindi rende socialmente accettabili reazioni di auto-tutela, atti di difesa. E, ovviamente, nessuno deve sentirsi in colpa per essersi difeso. ‘La difesa è sempre legittima’, e il cerchio si chiude.
Non è l’unico modo. Argomento alternativo alla rappresentazione animale è la deumanizzazione meccanicistica: se il primo insiste su bestialità, istinto e disgusto, in questo l’altro è freddo, privo di emozioni, incapace di empatia, calcolatore, opportunista.
L’altro come evento burocratico
Si sottolineano le mancanze qualitative della natura umana dell’accusato: calore, apertura emotiva, profondità. È la forma tipica della violenza burocratica moderna: un linguaggio che sfuma la sostanza, che occulta il tragico sotto le formule del linguaggio amministrativo. Non ferisce, distanzia: il nemico? È una “minaccia strategica”; il civile, l’innocente? È un “danno collaterale”; la vittima? È un “numero” statistico, questione contabile.20
Riduzione del nemico a cifra, dato statistico, problema logistico in documenti ufficiali, aspetto burocratico da sistemare.21
Il tentativo di deumanizzazione in questo caso punta all’indifferenza, ad allontanare l’altro dalla nostra vita quotidiana. Distanzia empatia ed emozioni ed è questo distacco emotivo che rende poi possibile la violenza.22
A differenza della deumanizzazione animale, in cui è esplicito l’incentivo all’odio23, la deumanizzazione meccanicistica è meno eclatante, più difficile da riconoscere per tempo e da confutare. Al linguaggio corrente dell’odio esplicito si sostituisce quello delle leggi, della prassi burocratica.24
È l’uso della legge, o di qualsiasi regolamento, per ridefinire categorie di persone come minacce esistenziali da neutralizzare. È deumanizzazione meccanicistica per via giuridica.25 Chi dissente viene escluso dalla comunità; è categoria ostile, non cittadini in disaccordo. Il confine tra critica e deumanizzazione dell’altro diventa valicabile.26
Entrambi i meccanismi funzionano. Non si escludono. Lavorano con accuse differenti. Possono coesistere e potenziarsi l’un l’altro. Hanno come argomento, come strategie disciplinare, immaginari, pregiudizi, stereotipi, differenti. Quel che non si stigmatizza con uno si stigmatizza con l’altro.
Deumanizzare l’altro, legittimare se stesso
L’obiettivo non è escludere, anzi, più permangono le bestie e gli opportunisti, più viviamo. Costruire un altro da noi come indegno conferma, a contrario, la giustezza del nostro esistere. In mancanza di altri argomenti, additare questo e quello come altro da noi, ci mostra come integri, sani, legati alle tradizioni cioè affidabili, eccetera.27
Quello che conta è che entrambi, lo stigma animale e quello meccanico, permettono il passaggio dalla percezione della violenza come crimine alla violenza come azione possibile, ordinaria, nelle forme più efferate.28
Non è un processo breve. Segnali precoci — linguaggi assertivi, slogan, propaganda politica, produzione di stereotipi — precedono anche di anni lo scopo voluto e certo: la violenza manifesta29.
Uguali nell’esito, pur agendo in modo molto diverso, i due dispositivi richiedono azioni preventive diverse per essere vinti. La propaganda che riduce l’altro ad animale va contrastata diversamente da quella che lo meccanicizza.30 Anche se, come è esperienza comune, le due forme possono coesistere nella stessa campagna di induzione alla violenza.31
Un processo, non un episodio. Uno scopo, esercitare violenza
Hanno punti deboli, per entrambi la deumanizzazione è una procedura, un processo, non un evento singolo. Richiede tempo. Richiede ripetizione.32 Funziona solo se diventa consuetudine, se diventa lessico famigliare, per dir così. Funziona se ha possibilità di sedimentazione culturale.33
Certo, la pratica della deumanizzazione non è la sola o esclusiva causa utile a giustificare l’azione violenta. Come dimostrato da storici, sociologi, psicologi sociali, la violenza che azzera l’altro può arrivare per vie diverse: l’obbedienza acritica, la violenza gratuita, il collasso morale, …,34
Resta il fatto. Quando la violenza fisica si manifesta, le precedenti retoriche di deumanizzazione hanno concluso il loro lavoro.
E qualcuno ne ha tratto abbondante profitto.
Note
> Questo è il secondo post di una serie dal titolo ‘Sotto la Guerra’, categoria ‘Guerra’.
Ad oggi, sono stati pubblicati i sottotitoli: 00 — Introduzione; 02 Comunità e crimine
Ricordo che ogni post è organizzato su due livelli: il testo immagina un lettore tipo di 17 anni, o al terzo anno delle superiori; il testo più le note un lettore universitario o con competenze professionali. La parte audio è per chi ha difficoltà di lettura, qui le note non vengono lette. Per altri aspetti di metodo vedi alla Introduzione<-<-
- Il termine corretto, almeno nel senso sociologico a cui qui ci si riferisce, in luogo di ‘caratteri e riconoscimento’, è status.
↩︎ - Deumanizzare, disumanizzare. Nell’uso comune i due termini si equivalgono. Entrambi parlano di una azione per togliere umanità a qualcuno che invece umano è, almeno fino a quel momento come si vedrà.
Tra i due termini preferisco deumanizzare.
Nel linguaggio corrente ‘disumana’ è la persona che compie azioni anche fisiche che disapproviamo, specie se commesse da un adulto: uccidere un animale per divertimento, far soffrire fatiche ingiustificate a qualcuno, eccetera.
A mio parere, Deumanizzare ha invece un senso più stringente, o limitato se si preferisce. Rinvia ad azioni tipicamente non fisiche, legate alla parole, all’uso del linguaggio, ai simboli. In questo senso è più preciso nel circoscrivere i fatti relazionali di cui questo post, 06-Deumanizzazione, tratta.
Una scelta analoga è fatta anche da chi sul tema è un riconosciuto riferimento: Volpato, Chiara. (2011). Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Laterza; nota 1, p. 23.
↩︎ - Ferrante, Allegra. (08.02.2026). “Amelia, mamma di una liceale bullizzata a Milano.” in Corriere della Sera/ Milano.
Naturalmente, chiunque si sia occupato di bullismo, nonnismo, ed altri comportamenti caratterizzati dalla persecuzione di altri per i motivi più diversi, ha in mente di cosa si parla.
E’ interessante che persone che pure hanno vissuto personalmente storie di bullismo in età scolare, come chi invece ne è stato indenne, sottovalutano il fenomeno riducendolo a ‘ragazzate’, ‘cose che capitano’, ‘ci siamo passati tutti’ ed altre stupide asserzioni. Stupide. Ottuse, perché i danni che provoca il bullismo possono essere devastanti, come spero si comprenderà leggendo questo post. Ma, come capita di scoprire, a volte gli stessi attori pedagogici, insegnanti, responsabili di plessi scolastici, sottovalutano o dolosamente occultano gli accadimenti.
Si dovrebbe tenere in mente che Il bullismo è -a tutti gli effetti- una delle forme possibili dei processi di deumanizzazione. Come è stato notato, “Generally when it comes to bullying, it may not be the behaviour itself that makes the victim suffer – it is the frequency of the act and other situational factors relating to power differences or inescapable interactions that may cause the anxiety, misery and suffering.” Beattie, G., (2020), “Can you unintentionally bully someone? Here’s the science” in The Conversation
Esistono metodi poco costosi e alla portata di tutti per mitigare o eliminare la tragedia del bullismo in ambito scolastico: uno di questi consiste nel dimostrare alle parti in conflitto (diciamo, ai genitori) che è possibile trovare un punto di comune interesse. Ad esempio mantenere la questione entro le coordinate della scuola, cioè come problema pedagogico, piuttosto che come problema penale o parapenale. Un altro, molto sottovalutato, è lavorare con gli astanti, il pubblico cui sempre è destinato il tormento cui la vittima è sottoposta. Iniziare a pensare che gli astanti se silenti, se non prendono le parti della vittima, sono collusi. E devono assumersene la responsabilità, mentre in silenzio non osano o vogliono opporsi o sono invece gaudenti, contenti per l’occasione di riprendere una scena acchiappa click con il cellulare: Collusi mentre fanno gruppo attorno e non intervengono a fianco della vittima e la dichiarano degna di attenzione.
Su questi punti, la collusione, la decisione che la vittima è la parte degna della diade aggressore/vittima, bullo/bullizzato, non sarebbe difficile fare prevenzione.
Una attività pluriennale in questa direzione l’ha realizzata il Comune di Milano, nel decennio scorso, Progetto Legalità, Assessorato alla educazione (Banfi, S.) dove si possono recuperare tutte le attività svolte e i materiali, Polizia Locale (Cerrone, V., Locascio, N.), garante Vittime vulnerabili del Comune di Milano (Forno, P.), Procura della Repubblica, Pool reati informatici (Cajani, F.), Ordine degli avvocati di Milano (Turco, M.), associazioni del terzo settore e, soprattutto insieme a molte scuole secondarie di primo grado della città, tra i molti, Gallotti, C.F., Petruzzelli, M. Inoltre vedi alle note 11 e 12 seguenti
↩︎ - Tortorelli, Guido. (08.02.2026). “«Mi sembri davvero molto brutto»: il deputato Marattin offende un insegnante di Matera.” in Corriere del Mezzogiorno.
↩︎ - Dal Lago, Alessandro. (2004). Non persone. L’Esclusione Dei Migranti In Una Società Globale. Milano: Feltrinelli.
L’autore coglie un processo meccanicistico di deumanizzazione verso i migranti. Sulla deumanizzazione meccanica vedi avanti nel post.
↩︎ - Noury, Riccardo. (09.02.2026). “Il ministero della Giustizia della Russia vuole mettere fuorilegge due gruppi LGBTQIA+.” Corriere della Sera; La Presidente del Consiglio italiana in Agenzia ANSA. (07.02.2026). “Meloni: ‘Chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia’.” Sul tema del ‘nemico’ vedi anche il post di prossima pubblicazione ’20 Il Nemico Interno’.
Dal fascismo al dopoguerra, il linguaggio politico italiano ha sistematicamente costruito categorie di “non cittadini” o “non italiani” che anticipavano le politiche di esclusione. cfr. Ventrone, Angelo. (2005). Il nemico interno. Roma: Donzelli.
↩︎ - detto milanese: ‘I donn hin minga gent‘
↩︎ - La questione dei procedimenti che lavorano sulla deumanizzazione è stata oggetto di studi nel campo della psicologia sociale e della sociologia.
Suggestioni, con prospettiva ribaltata sul soggetto-vittima di deumanizzazione, si trovano già concettualizzati, a me pare, negli interazionisti simbolici, cfr. Goffman, E., (1997), La vita quotidiana come rappresentazione, Trad. M. Ciacci, Il Mulino, Bologna. “Quando un individuo viene a trovarsi in presenza di altri, egli proietta consapevolmente e inconsapevolmente una definizione della situazione nella quale la concezione che egli ha di se stesso giuoca una parte importante. Quando capita un episodio che è incompatibile sul piano espressivo con questa impressione voluta si verificano contemporaneamente conseguenze significative a tre livelli della realtà sociale (…) Anzitutto, l’interazione sociale … può subire un arresto [I Partecipanti alla interazione sociale] avvertono una nota falsa nella situazione e cominciano a sentirsi a disagio, confusi e, letteralmente, fuori di sé [ il sé come inteso qui, è l’identità pubblica che ognuno di noi costruisce nell’interazione sociale, è l’ esito di una performance senza fine. Quindi non è da intendersi nell’uso colloquiale dell’espressione ‘sentirsi fuori di sé’. NdR].
In secondo luogo, … Il pubblico tende ad accettare il sé proiettato dal singolo attore durante una qualsiasi rappresentazione come responsabile. rappresentante del suo gruppo di colleghi,
della sua équipe e della sua istituzione sociale. … In certo senso queste unità sociali più vaste – équipes, istituzioni, ecc. – vengono chiamate in causa ogni volta che l’individuo rappresenta la sua routine; con ogni nuova rappresentazione la legittimità di queste unità viene messa alla prova e la loro reputazione è messa in questione.
Infine, spesso possiamo constatare che l’individuo impegna profondamente il suo ego nell’identificarsi con una specifica parte, istituzione e gruppo e nel concepire se stesso come qualcuno che non interrompe l’interazione o rinnega le unità sociali che da essa dipendono. Quando capita un’interruzione, quindi, possiamo vedere come l’auto-concezione attorno alla quale è costruita la sua personalità venga ad essere screditata”. pp. 301-2
Ma gli studi più sistematici si devono alla psicologia sociale, e, di quelli che conosco, Haslam, Nick. (2006). “Dehumanization: An Integrative Review.” Personality and Social Psychology Review, 10(3): 252–264; e Volpato, Chiara. (2011). Deumanizzazione.op. cit.
↩︎ - Dispositivo, sta per un insieme di pratiche, discorsi e istituzioni che producono l’ effetto sociale voluto. Preciso. In questo caso, la sospensione del valore morale dell’altro. Il termine è usato in questa accezione in particolare dopo i lavori di Foucault, M.
↩︎ - In questo senso leggo Vattimo, Gianni. (2012), Della realtà, Milano. Garzanti p. 196 e Jonas, Hans. (2004), Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Milano. Il Melangolo.
Per entrambi vedi anche la mia recensione qui a Mazzinghi, (2025), “Il libro di Giobbe e il problema del Male” in Marchionni, S., (a cura di), Mazzinghi, L., Di Maio A., (2025) Male. con “Introduzione” di Piccolo, G.. EDB, Bologna.
↩︎ - “Moussa Balde subì un “processo di animalizzazione”, il giudice sul suicidio al Cpr di Torino”, in La Stampa 22/05/26. https://www.lastampa.it/torino/2026/05/22/news/cpr_torino_suicidio_moussa_balde_motivazioni_condanna_direttrice-15632085/
↩︎ - Allport, Gordon W. (1954). The Nature of Prejudice. Cambridge MA: Addison-Wesley; già notava come “we may say that anger is an emotion, whereas hatred must be classified as a sentiment —an enduring organization of aggressive impulses toward a person or toward a class of persons. Since it is composed of habitual bitter feeling and accusatory thought, it constitutes a stubborn structure in the mental emotional life of the individual. By its very nature hatred is extropunitive, which means that the hater is sure that the fault lies in the object of his hate. So long as he believes this he will not feel guilty for his uncharitable state of mind. There is a good reason why out-groups are often chosen as the object of hate and aggression rather than individuals. One human being is, after all, pretty much like another—like one-self. One can scarcely help but sympathize with the victim.” p. 365. (Sottolineatura ns.)
↩︎ - Intuitivo il rinvio agli odiatori da tastiera, ma il punto non sono i ‘Napalm 51’, il personaggio satirico di Crozza, Maurizio il punto è la sistematicità della azione contro qualcuno o qualcosa. Potrà essere giudicato sgradevole, impresentabile, folkloristico o simpatico il comportamento di personaggi famosi, ma altra cosa è additare con sistematicità la classe dei magistrati, i migranti.
Non sono da sottovalutare -parlando di processi di deumanizzazione- però gli odiatori da tastiera, haters. E’ accertato che nei casi più importanti non si tratta nè di sprovveduti (visto 22/04/26) nè di singoli, ma di strutture organizzate che perseguono interessi manipolatori ad alti livelli.
Strutture in grado di creare bot, piccoli programmi informatici, che potenziano enormemente la diffusione della notizia, fino alla generazione delle intelligenze artificiali, sia come entità informatiche capaci di elaborare quantità di informazioni enormi e dare a queste un senso, sia come strumenti di creazione di strumenti di propaganda: dalla influenza della opinione pubblica, alle elezioni politiche di un paese, alla determinazione di andamenti del mercato dei beni e dei titoli, alla relativizzazione di ogni verità.
“Nell’autunno del 2017, all’improvviso in Turchia si è generato grande fermento attorno a una nuova teoria scientifica avanzata da un membro dell’organizzazione giovanile dell’AKP. Il suo articolo, pubblicato sul sito del partito, sosteneva che in realtà la terra è piatta, e che la teoria della sfera è un cospirazione imposta al popolo reale dal Vaticano, dai sionisti, dalla massoneria e da svariate altre potenze del male. L’indomani, sui quotidiani filogovernativi sono apparse decine di articoli che spiegavano le basi filosofiche della teoria, e tutti giungevano alla stessa conclusione: che la scienza non è che una narrazione fra le tante, semplicemente un’altra verità. I troll del governo hanno solo dovuto diffondere sui social media quest’idea assurda perché entrasse a far parte della discussione generale. Nel giro di ore, migliaia di troll e di stupidi elettrizzati sbraitavano, in tono rivoluzionario, contro gli scienziati oppressivi e contro il crudele predominio della scienza”. Ece Temelkuran (2019), Come sfasciare un paese in sette mosse. La via che porta dal populismo alla dittatura. Torino, Bollati Boringhieri. p. 58
Quel che interessa è l’accento alla potenzialità, nel nostro discorso sulla costruzione di una narrazione deumanizzante l’altro, che internet consente e che è ampiamente sfruttata, come nell’esempio precedente, nel senso di strutture che lavorano sulla creazione di ‘panico morale’ funzionale alla creazione di una reazione sociale desiderata.
Usiamo il temine panico morale per indicare una reazione collettiva del tutto sproporzionata verso un gruppo o un comportamento. Costruita e amplificata dai media, la società si convince che quel gruppo rappresenta una minaccia grave all’ordine sociale, anche quando i fatti non lo giustificano.
Il richiamo -e la parafrasi- è a Cohen S,(2011), Folk Devils and Moral Panics. The creation of the Mods and Rockers. London-New York, Routledge. ” Such ‘news’ (…) is a main source of information about the normative contours of a society. It informs us about right and wrong, about the boundaries beyond which one should not venture and about the shapes that the devil can assume. The gallery of folk types – heroes and saints, as well as fools, villains and devils – is publicized not just in oral-tradition and face-to-face contact but to much larger audiences and with much greater dramatic resources. Much of this study will be devoted to understanding the role of the mass media in creating moral panics and folk devils. (…) The key variable in this attempt to understand how the societal reaction may in fact increase rather than decrease or keep in check the amount of deviance, is the nature of the information about deviance”. p. 11
↩︎ - Paradigmatico il caso del trattamento subito dal primo ministro ucraino alla casa Bianca nel 2025: https://www.youtube.com/watch?v=iSYIR8IfudE; i molti eventi di litigio nei talk show, o perfino in sedi istituzionali: https://www.youtube.com/watch?v=S3qKP_J2ZMM; https://youtu.be/_VnspqWfC7o?si=tfmytlv63MtT1GJq ; che si cita perchè non sono episodi isolati, ma episodi di atteggiamenti costanti nel tempo verso singoli o categorie. Sono un momento, un fotogramma di un film
↩︎ - Barack Obama e Michelle LaVaughn Robinson, ex presidente degli Stati Uniti e consorte, sono stati così raffigurati in un messaggio di propaganda politica recente.
↩︎ - Haslam, Nick. (2006). “Dehumanization… op. cit. “Dehumanization is frequently examined in connection with genocidal conflicts (Chalk & Jonassohn,1990; Kelman, 1976). A primary focus is the ways in which Jews in the Holocaust, Bosnians in the Balkan wars, and Tutsis in Rwanda were dehumanized bot during the violence by its perpetrators and beforehand through ideologies that likened the victims to vermin. Similar animal metaphors are common in images of immigrants (O’Brien, 2003a), who are seen as polluting threats to the social order” p 253. ↩︎
- https://ilmanifesto.it/ruanda-note-da-un-genocidio; https://www.facebook.com/ARTEita/videos/guarda-ora-una-di-mille-colline/459652899728797/
↩︎ - Galalnt, Kantz, sono solo alcuni politici israeliani che hanno usato questi termini. Un utilizzo non recente per l’estrema destra israeliana. Cfr. Terry, T., su Haaretz. “If Gazans Are ‘Human Animals,’ What Does That Make Us Israelis?“ ; v. Inoltre Caracciolo, Lucio. (28.07.25), “Salvare i salvabili”, in Limes;
↩︎ - L’abito, nella forma della divisa, del segno, sono paradigmatici. Lo sono il pigiama a righe, la stella viola, gialla,…, Lo è la divisa. Lo è l’abito che annuncia appartenenza e dunque esclude chi non si abbiglia in tal verso, che sia l‘eskimo, il Barbour , la scarpa , l‘abito con cui si giura davanti al Presidente della Repubblica o gli abiti della regina Elisabetta II.
Se vi è una permanenza della retorica che costruisce socialmente l’altro, la moda partecipa alla costruzione del nemico in modo non meno diretto, non meno efficace di altre narrazioni.
L’uniforme — militare, carceraria, da lavoro obbligatorio — è il dispositivo più ovvio di de-individualizzazione. Per non parlare del meccanismo assoluto delle deumanizzaione, l’Asylum, l’Istituzione Totale. Manicomi, caserme, fabbriche, carceri. Si vedano i testi classici di Basaglia F, Ongaro- Basaglia, F., (1971), La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale, Torino, Einaudi Foucault, M., (1973 ), Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Torino, Einaudi. passim.
Non a caso la riforma dell’Ordinamento penitenziario L354/1975 intervenne sulla questione, per es. art.1 “6. I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome”.
Ma la moda civile fa lo stesso, per contrasto: i vestiti del ‘nemico’ diventano marcatori di alterità, segnali di riconoscimento per la violenza. La contro stigmatizzazione visiva del migrante come segno di integrazione, dall’abbigliamento d’emergenza alla commercializzazione del ‘marchio’ migrante che è ben più che un percorso di integrazione.
Per Roland Barthes, (2006), Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento. Torino. Einaudi p. 79. il sistema della moda non è mai neutro, produce sempre un ‘fuori’ e un ‘dentro’, un vestito che include e uno che esclude: “… come la soppressione delle classi sociali si rivela illusoria (poiché queste classi continuano a esistere), così gli uomini appartenenti alle classi superiori. sono costretti, per distinguersi dalla massa, a variare i dettagli dei loro vestiti, non potendo più cambiarne la forma. Essi elaborano quella nuova nozione, per niente democratica, che — con un termine felicemente ambiguo – si chiama distinzione. Si tratta di distinguersi socialmente; distinguendosi socialmente, si era, e si è, «distinti».
Sul punto anche le ricerche di Bourdieu P., (2001). La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna il Mulino.
Lungi dall’essere simbolo di conformità e basta, se distinzione è, vale anche come il reciproco della moda d’élite. Pur scontata la capacità dell’industria della cultura, di cui la moda è parte, del capitale più propriamente, di adeguarsi plasticamente al mutamento dei tempi e delle sensibilità, è pur vero che mode insorgenti (le culture Punk, ecc.) sono messaggi contro-deumanizzanti.
Affermazioni di alterità e, in quanto identitari, in opposizione al conforme e alle pratiche deumanizzanti rivolte alla marginalità.
E’ il fenomeno del wereable activism, da Weastwood V. a Ellish B., dai jeans denim all’eskimo appunto.
È il caso dei laboratori, moltissimi, di creatività legata all’abbigliamento, agli accessori, che nei centri sociali, negli anfratti della marginalità oppositiva venivano e vengono creati.
L’abito non copre, segnala: appartieni o non appartieni, sei difendibile o non lo sei. Allora vale Il processo reciproco a quello della divisa, che opera attraverso la moda di strada, la streetwear. Forma critica ai processi di conformità e, reciprocamente, di esclusione. Appunto contro Deumanizzazione, come meglio vedremo nel post a venire ’28 – Prepararsi alla deumanizzazione’
↩︎ - Invece di ricordare una delle innumerevoli citazioni possibili, comunque richiamate in altre note, si pensi ai lavori anti deumanizzazione di Bansky, Jobs, figlio di migranti, Dismaland, ecc. in cui il nocciolo, la contrapposizione alla indifferenziazione, che è un topos delle pratiche di deumanizzazione, è restituire volti, individui e storie, biografie, in sintesi: empatia.
Quello che fa Libera ogni 21 marzo nella “Giornata della Memoria e dell’Impegno” in cui vengono letti tutti i nomi delle vittime di mafia.
Allo stesso modo anti deumanizzazione sono le pratiche del Anti-eviction mapping project; le parole in “The Blacker The Berry” di Lamar, k. (2015), album “Pimp A Butterfly” .
“… My hair is nappy, my dick is big, my nose is round and wide
You hate me don’t you?
You hate my people, your plan is to terminate my culture
You’re fuckin’ evil I want you to recognize that I’m a proud monkey
You vandalize my perception but can’t take style from me
And this is more than confession
I mean I might press the button just so you know my discretion
I’m guardin’ my feelins, I know that you feel it
You sabotage my community, makin’ a killin’
You made me a killer, emancipation of a real nigga …” (apple)
↩︎ - “Gli organismi di competenza accerteranno chi versa in condizioni di vulnerabilità e di questi ci faremo carico a prescindere dalle regole internazionali che noi riteniamo essere chiare. Dopo di che la nave dovrebbe lasciare le acque nazionali, con tutto il resto del carico che ne dovesse residuare“ così il Ministro degli interni italiano parlando di migranti in attesa di sbarcare secondo quanto riportato il 07.11.2022 da Il fatto quotidiano (enfasi nel testo originale)
↩︎ - Haslam, Nick. (2006). “Dehumanization: op.cit.p. 257 e ss. ; Allport, Gordon W. (1954). The Nature of Prejudice. op.cit. in ambito strettamente psicologico, in particolare sul tema della costruzione del nemico, congettura la diretta correlazione con gli aspetti narcisistici della persona: “…negative prejudice is a reflex of one’s own system of values. We prize our own mode of existence and correspondingly underprize (or actively attack) what seems to us to threaten it. The thought has been expressed by Sigmund Freud: “In the undisguised antipathies and aversion which people feel towards strangers with whom they have to do, we recognize the expression of self-love, of narcissism.”
The process is especially clear in time of war. When an enemy threatens all or nearly all of our positive values we stiffen our resistance and exaggerate the merits of our cause. We feel—and this is an instance of overgeneralization—that we are wholly right. (If we did not believe this we could not marshal all our energies for our defense.) And if we are wholly right then the enemy must be wholly wrong. Since he is wholly wrong, we should not hesitate to exterminate him. But even in this wartime example it is clear that our basic love-prejudice is primary and that the hate-prejudice is a derivative phenomenon” p. 50.;
Dal punto di vista sociologico invece, la etichetta di “non persone” colto da Dal Lago Alessandro (2004), Non persone. op cit. descrive plasticamente il meccanismo meccanicistico di Haslam applicato a una categoria contemporanea. Le persone che attraversano il Mediterraneo non vengono rappresentate come bestie — vengono rappresentate come flusso anonimo, come emergenza, come numero esorbitante..
↩︎ - sull’odio come costruzione sociale contingente è basata la mia critica qui a Murgia, Michela. (2026), lezioni sull’odio, Einaudi, Torino
↩︎ - Arendt, Hannah. (2013). La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme. trad. Bernardini, P., Feltrinelli, Milano. ” Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale (una precisione che l’osservatore comune considera tipicamente tedesca o comunque caratteristica del perfetto burocrate) si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si obbedisce. Da qui la convinzione che occorra fare anche di piú di ciò che impone il dovere.
Qualunque ruolo abbia avuto Kant nella formazione della mentalità dell’“uomo qualunque” in Germania, non c’è il minimo dubbio che in una cosa Eichmann seguí realmente i precetti kantiani: una legge è una legge e non ci possono essere eccezioni” p.247
↩︎ - Un bell’articolo di U_Net (15.02.2026), “Crack-rap-nemici-pubblici” in ‘Alias’ inserto culturale de Il Manifesto, ricorda “Quando l’Anti-Drug Abuse Act venne approvato sotto l’amministrazione Reagan nel 1986, il rap aveva già cominciato, con qualche anno di anticipo, a registrare la mutazione del paesaggio urbano statunitense… Media e istituzioni producevano un racconto in cui la droga appariva come una forza incontrollabile… Il rap degli anni Ottanta, infatti, non ne anticipa gli effetti, ma ne registra l’origine, mostrando come la macchina punitiva fosse già pienamente operativa, quando l’amministrazione si limitò a tradurla in legge”
È l’aspetto storicamente drammatico della norma giuridica basata sul ‘tipo d’autore’. Dogma caro a ogni dittatura, il tipo d’autore connette il reato alla tipologia della persona, o alla sua appartenenza a categorie definite come nocive dalla autorità pubblica. Non il fatto reato, ma la aderenza a una tipologia umana, ad un consorzio di idee, è causa di imputabilità. Per un confronto vedi principio di stretta legalità del nostro ordinamento (25 Cost. Art. 1 C.P. …) con la persecuzione penale per appartenenza etnica, religiosa, per adesione ad ideologie o convincimenti morali.
Dal punto di vista criminologico un diritto penale basato sul tipo d’autore si spiega con la sua utilità politica, la funzione di controllo sociale repressiva: dove non arriva il diritto penale ‘classico: ‘chiunque …. Commette un Fatto reato … è punito con…‘ arriva il tipo d’autore ’Se sei così … allora …’. Secondo molti, un’eco nel nostro ordinamento sono le misure di sicurezza, rese fin qui compatibili con la Costituzione dalla loro giurisdizionalizzazione successiva alla caduta del regime fascista, gli automatismi aggravanti in sede processuale: il giudizio di abitualità, professionalità, tendenza (art. 102 a 109 del CPP).
Il tema è trattato normalmente in qualunque buon manuale di diritto penale. Esistono inoltre molte monografie di facile reperibilità.
Credo che il rigetto di alcune parti del cd. ‘Decreto sicurezza’, D.L. 48/2025, convertito in L. n. 80/2025, nella formulazione originaria criticato dalla Presidenza della Repubblica fosse (anche) la riproposizione di questa dogmatica, o comunque la messa in discussione del principio di stretta legalità come codificato nel nostro ordinamento, idem per le note della Corte di Cassazione. Per es. Magri, Ugo. (15.1.2026), “Ddl sicurezza, le cinque criticità segnalate da Mattarella”, in La Stampa; Stasi, L., (27.06.2025),”LA CASSAZIONE BOCCIA IL DECRETO SICUREZZA PER L’ASSENZA DEI CASI DI “NECESSITÀ E URGENZA” E PER L'”IPERTROFIA PENALISTICA”” in L’Espresso
↩︎ - cfr. Ventrone (2005), Il nemico … op.cit.; Tajfel, Henri. (1982). Social Identity and Intergroup Relations. Cambridge: Cambridge University Press.; Jowett, Garth S.; O’Donnell, Victoria. (2015). Propaganda and Persuasion. Thousand Oaks: Sage. Anche senza riferirsi a conflitti esistenziali come la guerra, il meccanismo del superare il confine tra critica e distruzione è simbolicamente evidente nella contesa per la compagna elettorale in USA. “… these books are highly propagandistic, some bordering on outright lies or, at the least, containing unsupportable accusations aimed at discrediting the opposition.
Thus, in the 2008 election Senator Barack Obama was the subject of many books aimed at discrediting his apparent association with radical groups, his supposedly Muslim upbringing, and even his true birthplace. His opponent, Senator John McCain was the subject of speculation about his exploits in
Vietnam, while McCain’s running mate, Governor Sarah Palin (and especially her family), was subjected to a barrage of intense scrutiny by all of the media. Much to everyone’s surprise, books had suddenly become a major battleground in the political wars of the 21st century. These books, usually argued in a highly one-sided manner, have a significant impact on those readers who already subscribe to the notion that “something is wrong with our society” and are widely cited by their admirers as reliable sources”. p. 139
↩︎ - “I primi slogan [del Nazionalsocialismo] … vennero progettati per distrarre la classe media e la classe operaia dai problemi interni. La <<comunità nazionale >> venne eletta a panacea per la cura dei mali economici e politici… Le dottrine militaristiche e razziste furono gli strumenti usati per circuire e conquistare la popolazione (…) la versione sociale e biologica dell’antisemitismo divenne una delle prime caratteristiche fanatiche del programma hitleriano. Questo problema si prestava al concetto del nemico assoluto che qualunque movimento totalitario deve avere per poter dirigere e deviare l ‘aggressività che ha mobilitato.” Bobbio, Norberto., Matteucci, Nicola., Pasquino, Gianfranco., (1983), Dizionario di Politica, Torino, UTET . p 699
↩︎ - “To effectively address support for intergroup violence, we must understand the psychology promoting it (Rai et al., 2017). Dehumanization is widely considered one such promoter, informing extensive theory, discourse, and policy on intergroup violence (Kelman, 1973; Stanton, 2023; United Nations, 2014). However, research implicating dehumanization in support for violence has failed to account for the intense dislike that covaries with it, raising concerns that dehumanization’s explanatory power is much more restricted than widely assumed (Lang, 2020; Manne, 2016; Over, 2021; Rai et al., 2017). Here, we demonstrated that dehumanization is both distinct from dislike and robustly linked to support for violence through a meta-analysis of the existing literature. We then established the generalizability of this effect across four continents and its robustness by accounting for the more intense dislike that is potentially confounded with dehumanization. Notably, in these studies, substantial proportions of respondents literally believed the target group was less than human, and these literal dehumanizers were especially supportive of violence against the target group. Finally, we isolated dehumanization’s unique role in promoting support for violence with an experimental intervention. Collectively, these results illustrate dehumanization’s uniquely powerful impact on support for intergroup violence.
Dehumanization had a particularly powerful impact on support for extreme violence. For instance, our meta-analysis found dehumanization to have a numerically stronger effect on support for more extreme violence, while our cross-cultural and experimental studies found it to strongly predict support for war crimes and genocide—often more strongly than dislike.” Alexander P. Landry, Isaias Ghezae, Ramzi Abou-Ismail, et al. (2025). “The Uniquely Powerful Impact of Explicit, Blatant Dehumanization on Support for Intergroup Violence.” in Journal of Personality and Social Psychology.
↩︎ - cfr. Volpato, Chiara. (2013) . “Negare l’altro. La deumanizzazione e le sue forme“.
↩︎ - Come vedremo meglio in successivi post, se la pratica è ridurre l’altro a bestia, ad alieno feroce, la prevenzione è nel mostrarne la affinità, la somiglianza, la identità nelle posture, nel pensiero affettivo, nelle opzioni morali, nella capacità di costruire il bello. Quello che fa, ad esempio, una rivista online palestinese, “Sabra”, raccontata da Halutz Avshalom, (17.03.26), “This Magazine Is Unapologetically Palestinian – and Entirely in Hebrew”, in Haaretz : “Featuring writing from across Israel, the West Bank and Gaza, the online magazine Sabra hopes to fight the widespread dehumanization of Palestinians in Hebrew. Meanwhile, Israel’s public broadcaster indulges wartime nostalgia, and an exhibition from a famous sculptor awaits a cease-fire” (enfasi nel testo)
↩︎ - Haslam, Nick. (2006). “Dehumanization: An Integrative Review.” …op.cit. “One important account of dehumanization is found in Bar-Tal’s (2000) analysis of “delegitimizing beliefs.” In these beliefs “extremely negative characteristics are attributed to another group, with the purpose of excluding it from acceptable human groups and denying it humanity” (pp. 121–122). Delegitimizing beliefs share extremely negative valence, emotional activation (typically contempt and fear), cultural support, and discriminatory rejection of the outgroup. Dehumanization is one of five belief categories, involving “labelling a group as inhuman, either by reference to subhuman categories …or by referring to negatively valued superhuman creatures such as demons, monsters, and satans” (Bar-Tal, p. 122). Delegitimizing beliefs are theorized as products of interethnic conflict that serve several functions: ex-plaining the conflict, justifying the ingroup’s aggression, and providing it with a sense of superiority” p. 254/5.
Per questo verso assume tutt’altro senso, poco folkloristico o esiziale e invece molto serio e con sospetto di intelligence, fenomeni come i movimenti Q-Anon, MAGA, o l’Anticristo di Thiel. ecc.
↩︎ - Jowett, Garth S.; O’Donnell, Victoria. (2015). Propaganda … op.cit. “…the Pentagon, had secretly set about creating a propaganda “Trojan horse” to influence the public debate about the conflict in Iraq. This effort … was launched in early 2002, and its objective was to recruit “key influentials” to help sell a wary public on “a possible invasion of Iraq. … The willing participants in this deliberate propaganda strategy were the analysts who agreed to participate in spreading the Pentagon’s message in exchange for access to senior officials. Finally, the television network and cable networks which made constant use of these “talking heads” were the channel through which these constructed propaganda messages were disseminated. It was this combination of origina- tor (Rumsfeld and Clark), disseminator (the Pundits), and channel (the television networks) that permitted this strategy to be implemented between 2002 and 2008, … p. 353/4
↩︎ - Altri post in uscita, ‘28 – Prepararsi senza deumanizzarsi’; ’27 – Memoria come difesa’; ’26 – Strategie di adattamento, di protezione ecc‘, sono dedicati alle pratiche che si prestano a contrastare le strategie di deumanizzazione
↩︎ - Ad esempio e rispettivamente, i lavori di Browning, Christopher R. (1992 [II ed. 2022]). Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia. Torino. Einaudi ; Collins, Randall. (2008). Violence: A Micro-sociological Theory. Princeton: Princeton University Press; Zimbardo, Philip, G., (2008), L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa. Milano. Raffaello Cortina editore.
L’obbedienza acritica, la violenza gratuita, il collasso morale ed altre cause verranno presentati in successivi post con titolo analogo
↩︎
NB: Salvo dove diversamente specificato, i link citati sono stati verificati il 07.03.26
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