David Szalay (2025), Nella carne

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Cos’è:
E’ la parabola esistenziale, ascesa e caduta -si potrebbe echeggiare- di un ungherese qualunque, dalla minore età alla senilità. Il tempo è quello corrente.

L’adolescenza, un carcere minorile non dovuto e non rifiutato; la scuola, il lavoro che non c’è e allora è militare in zone di guerra: al contempo ‘deserto dei tartari’ e Sindrome Post-traumatica.
Poi è Londra, buttafuori in locali da poco e quindi il salto: addetto alla sicurezza personale del ricchissimo imprenditore. L’amante, amata, lo ascende al jet-set; arriva un figlio, tra corruttela della upper-class e vendetta di classe, mascherata da pregiudizio verso questo nuovo ricco, concretamente realizzata da un semi Hikikomori. Poi è lutto. L’auto azzeramento dello status per scelta. Tra autodistruttività ed onestà non richiesta, paga il prezzo di un vuoto di sempre che da ultimo ritorna ad essere anche fisico, come da ragazzo.

Cosa funziona e cosa no:


È un libro davvero bello, 170 pagine che si leggono senza pausa, senza fatica. La scelta lessicale rende tutto facile così come la costruzione rappresa delle frasi. Leggendo non hai mai impressioni di banalità, ma di coerenza interna; mai di escamotage retorici, di malizie del mestiere. Ma di mestiere ce ne è, nel senso migliore. Così mi pare.

Una scrittura tanto potente in quanto minimale, scarna, anzi, poco più che essenziale.
ciò nonostante del tutto psicologica, una intimità intuibile, suggerita dai pensieri, dai dialoghi poveri di contenuti fatti di ‘okey’, ‘in che senso’, ‘vabbè’…

Per dire ancora dello stile narrativo, sembra di leggere una diario che non si sfoglia secondo il seguire dei giorni, ma degli eventi esistenziali. Apparentemente pagine in forma di annotazioni quotidiane, come frasi appuntate buone per future riflessioni, sviluppi emotivi che non arrivano mai alla evidenza. Evidenze chiare per il lettore, seppure mai svolte dai protagonisti del racconto. Un altro degli aspetti notevoli del libro. Mi ha ricordato moltissimo Agota khristof.1

Una rappresenzione narrativa ben riuscita della anafettività, della solitudine fatta di vuoto interiore, e però costante tentativo mai del tutto compiuto, neppure via sessualità, di partecipare, di sentire, di sentirsi. Da qui il senso tragico che definisce infine il racconto e lo rende credibile, in sintonia con i tempi e le sue paure. Una lettura del contemporaneo.

David Szalay, (2025), Nella carne, trad. Anna Rusconi. Adelphi, Milano. ISBN 9788845989155 . pagg. 171, € 19.00.


Contra:

non perché abbia trovato critiche negative al libro, anzi, vincitore di vari premi è un romanzo molto ben accolto da critica professionale e pubblico.
Ma alcune delle osservazioni che ho letto non mi hanno convinto, anzi mi paiono non aver colto il nocciolo o disperdersi in aspetti ultraprocessati, per dir così.
Un esempio del primo tipo è la scheda di wikipedia; del secondo minimaetmoralia in cui però c’è una interessante riflessione sul titolo originale, flesh, ed il richiamo all’uso linguistico connesso al corpo, alla corporeità, che nel titolo italiano un poco si perde.

Mi pare invece affine Valeria Croce (2026.02.08):

Un’altra recensione del libro è qui (download del 13.02.26)

E La Stampa, (06/06/2026), lo intervista

NOTE:

  1. Agota khristof. Per dire, nulla a che fare con la interessante tradizione minimalista alla Paul Auster,  vedi Alessandro Zaccurri, (2024.05.14), “Perché con Paul Auster è finito il grande romanzo americano”. in Avvenire (download del 02.02.26) ↩︎

– Last Updated on 07.06.26 by wv

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2 Comments

  1. Condivido il giudizio, soprattutto rispetto alla difficoltà di rendere i dialoghi credibili. Un grande lavoro sottotraccia di limatura. In questo sta la sua abilità stilistica: gioca ‘in levare’ senza bisogno di orpelli. Tutto il contrario, per esempio, della scrittura ‘gotica’ e volutamente ricercata e per questo a mio avviso artificiosa (e insopportabile) di Orazio Labbate, che costruisce un falso dialetto calabro-siculo, infarcito di neologismi, per ammantare pesantemente uno stile macabro-grottesco rubato a Ligotti (che già di suo deve quasi tutto a Lovecraft).

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